Il Dolore Sociale
Il termine sofferenza deriva dal latino e si lega con l’immagine di colui che soffre, sopportando una pena e, soprattutto, resistendo ad essa. Con dolore, si vuole identificare una sensazione spiacevole, che affligge. La disperazione, invece connota uno stato psicologico in cui si è determinato l’allontanamento di qualsiasi speranza.
Il dolore sociale colpisce non solo il malato in sé ma l’intero "caregiver", ossia tutti coloro che gli stanno intorno e che dovrebbero sostenerlo nel "percorso". Ebbene, si tratta di una condizione oggi molto comune e, spesso, purtroppo, sottovalutata. Il "sollievo", infatti, non va percepito come un semplice beneficio fisico (quando lo capiremo, noi medici?), ma deve comprendere anche una parte psicologica e sociale.
Particolarmente importante è trasmettere l’idea che il dolore va curato dentro e fuori gli ambienti clinici (ospedali, etc.). Intervenire sul "dolore sociale", infatti, vuol dire anche migliorare l’aspetto clinico.
Nel caso in cui volessimo porre maggiore attenzione alle notizie che ci investono, quotidianamente, attraverso i mezzi di comunicazione di massa, finiremmo col concludere che, la Società all’interno della quale viviamo, sia improntata a valori che in realtà nascondono delle diminuzioni di interesse nei confronti del benessere collettivo. Siamo preoccupati delle varie crisi economiche che periodicamente ci investono, dei disastri ecologici che ciclicamente siamo costretti a fronteggiare, delle difficoltà personali che ogni giorno, in un modo o nell’altro, affrontiamo.
Però, tutto questo ci mette in una situazione in cui c’è chi, forse, "studia" la notte per trovare il modo di crearci i problemi e c’è chi, come noi, subisce questi problemi.
Ma quand’è che percepiamo davvero di essere, tutti, su uno stesso livello?
Quando dobbiamo affrontare delle situazioni particolari che, in realtà, sono molto frequenti. Nel momento in cui ci viene diagnosticato, sul piano sanitario, un disturbo, più o meno impegnativo, nel momento in cui sappiamo che un nostro amico, un nostro congiunto deve affrontare delle problematiche sul piano della salute, sia fisica che psicologica, da cui non si sa come ne verrà fuori. All’improvviso tutto perde importanza, tutto perde valore.
Tutto cosa?
Tutte quelle informazioni che ci condizionavano e che ci portavano a concludere : "Beh si, noi apparteniamo alla classe degli sfortunati, alla classe che non comanda". Di fronte a determinate situazioni siamo poi tutti uguali perché, per quanto strano possa sembrare, a determinate condizioni, non è il denaro a far la differenza, perché ci sono delle problematiche per le quali tu non puoi comprare la guarigione.
Puoi tentare di convincere qualcuno a garantirti una migliore assistenza ma, per esempio, non puoi neanche comprare la disponibilità di chi partecipa all’assistenza (il personale sanitario o parasanitario e "affini"): potrai avere il loro corpo, la loro applicazione tecnica, ma non riuscirai ad ottenere la loro dedizione, con i soldi; forse, con altri sistemi, coinvolgendoli in altro modo.
Il 30 maggio 2010, a Roma, si è celebrata la prima giornata del sollievo dal dolore sociale. Questo evento ha voluto puntare l’attenzione sul fatto che è importante riflettere senza tentare di fuggire per paura, per pregiudizi, da quello che accade, perché è come se noi dicessimo, di fronte a determinate situazioni: "Ma tanto non accade, ma tanto non mi riguarda, poverino, meno male che io ne sono fuori!"
In fondo, farne parte, aiuta a capire come camminare per crescere.
Il dolore è, dunque, quel perno attorno al quale gira tutto: come abbiamo già visto, il dizionario della lingua italiana definisce "dolore" quello stato d’animo che si prova ogni qualvolta siamo costretti a subire un patimento.
Dal dolore ci possono essere due derivazioni:
E allora: dolore, disperazione, o sofferenza?
L’importante è sapere di poter contare su qualcuno in grado di aiutarci a capire come mantenere il più possibile integro tutto quello che è l’aspetto della dignità della nostra persona!
Curare l’aspetto psicologico, nel rapporto con chi soffre, che importanza può avere?
Ultimamente, il Prof. Umberto Veronesi ha scritto una lettera aperta alla stampa (che è stata ripresa da diversi quotidiani), all’interno della quale ha espresso dei concetti che ogni persona che lavori nel mondo sanitario "dovrebbe" condividere.
Egli ha specificato che, nel momento in cui ci si trova di fronte ad una persona con un problema di salute, bisogna distinguere due momenti essenziali:
Per quanto riguarda la diagnosi, secondo Veronesi, è obbligo del medico comunicarla nel migliore dei modi, cercando di essere chiaro, sufficientemente esauriente, adeguatamente semplice e comprensibile. Perché questo? Perché si vuole esercitare un’azione di sadismo nei confronti di chi sta attendendo una sorta di comunicato a seguito del quale scoprirà se essere condannato a morte? No.
Perché se, per caso, una persona che ha un problema di salute o presume di averlo ritiene di non aver avuto sufficienti spiegazioni, comincia a pensare che qualcosa gli sia stato nascosto.
Quante volte una persona scopre per errore, perché qualcuno se lo lascia scappare, cosa ha o "cosa pensa" di avere, sul piano clinico? A volte si agisce così per riguardo del paziente, però non sempre si raggiunge il risultato che ci si aspettava.
Immaginiamo una scena del genere.
Ci si trova nella stanza dell’ammalato... arriva il medico, il quale chiede ai familiari di accompagnarlo fuori perché vuole parlare. Ma la persona che ha il problema, l’ammalato, a che conclusioni deve giungere? Che, probabilmente, è affetto o afflitto da una patologia che non gli lascia scampo!
Come trascorrerà il tempo, da quel momento in avanti, questa persona?
Sentendo che, chi sta intorno, pietosamente, compassionevolmente cerca di nascondere uno stato d’animo personale ed una situazione che poi scopre da solo perché, se è vero che stiamo male sul serio, ce ne accorgiamo giorno per giorno: non lo possiamo nascondere e nessuno ce lo può nascondere.
E allora, comunicando in maniera chiara, umana, lineare si rispetta un principio fondamentale della medicina e anche della psicologia.
Discorso diverso per ciò che concerne la prognosi. Qui il medico, ma anche lo psicologo, lo psicoterapeuta, deve fare maggiore attenzione perché, sempre secondo il Prof. Veronesi, molte volte la prognosi non è altro che tutto ciò che tu ritieni che avvenga "intorno" a quella malattia o come evoluzione di quel disturbo, su base statistica.
Nulla contro le statistiche; è solo che noi non siamo numeri, noi non siamo, come esseri umani, omologabili ad una miriade di altri esseri umani perché poi, ognuno, all’interno di un gruppo, reagisce in modo strettamente personale...
...e le variazioni a cosa sono dovute?
A come noi affrontiamo la situazione, con le terapie adeguate. Ma queste, spesso, sono abbastanza standardizzate: si tende al meglio, quindi non si vuole correre il rischio di sbagliare.
E allora, quello che fa la differenza, spesso, è la compartecipazione, l’applicazione, cioè l’aderenza alla terapia da parte della persona che ha il problema.
Ma tu lo fai se ci credi, se credi all’idea di poter combattere... altrimenti, che senso ha? E poi l’evoluzione dipende anche da come ti aiuta il "contorno".
Ma è chiaro che, all’inizio, qualsiasi "contorno" è disponibile a fare tutto il possibile ma, nel tempo, quanto ce la farà a resistere alle pressioni, al logorio, alle delusioni, alla paura, allo sconforto?
E tutto questo tu, lo percepirai e a volte, non meravigliamoci di ciò, ti augurerai di finire prima possibile per alleggerire il carico alle persone che ti stanno intorno.
Perché?
Quando si ha un problema veramente serio, la nostra mente, supportata dal cervello (che è l’hardware di tutto questo), si mette in configurazione tale da proteggerci dall’eccesso di emozioni, per cui noi ci sganciamo da tutto quello che è il mondo delle preoccupazioni che invece le persone sane producono, subendole.
E allora, la persona coinvolta direttamente si sta "preparando" ad ogni possibile ipotesi (anche alla peggiore) con pacata rassegnazione, chi sta intorno, invece... invece no! Questo perché non riesce a compenetrarsi nella vita che sta conducendo chi, invece, combatte una battaglia in prima linea.
Perché tutti gli altri stanno "accanto" ma, ovviamente, nessuno può star "dentro".
E anche il codice deontologico medico impone al professionista di esprimere le proprie valutazioni, in termini di prognosi, specificando la necessità di essere accorto e, soprattutto, impone la necessità di non far perdere la speranza alla persona che ha un problema di salute. E questo, non con l’obiettivo di sostenere una pietosa bugia ma perché, semmai, effettivamente il mondo scientifico ci ha messo in condizione di osservare che, spesso, anche situazioni estremamente complesse, si sono risolte a dispetto di ogni aspettativa.
Quindi, il sollievo dal dolore non è un mostrarsi vili di fronte alla sofferenza: questo lo ha capito anche lo Stato italiano. Infatti c’è una legge che garantisce il massimo dell’assistenza per le persone che soffrono, sia psicologicamente che fisicamente, concedendo la possibilità di assumere dei farmaci analgesici che fino a non molto tempo fa era difficile reperire e poter offrire a questi individui.
Come aiutare chi cerca di aiutare?
Spesse volte si guarda al medico, allo psicologo, allo psicoterapeuta come a cavalieri medievali corazzati di un’armatura impenetrabile. Potrebbere anche essere vero ma, proviamo a domandarci come mai, questi cavalieri medievali avessero un elmo che rendeva impossibile osservare il loro sguardo. Probabilmente per nascondere anche i momenti di paura, i momenti di preoccupazione, i momenti di dolore... per non farli vedere all’avversario.
In questo caso, però, non c’è un avversario, c’è un momento avverso, che è diverso perché nessuno si mette d’impegno per far sì che una persona stia male e, anche quando nelle diatribe interpersonali che viviamo ogni giorno, ci sembra che qualcuno stia godendo nel farci del male o che noi, in certi momenti, proviamo piacere nel vedere che facciamo soffrire chi ci ascolta, sicuramente tutto ciò accade perché l’altro, quando ci tratta male o quando, noi, agiamo in maniera esagerata nei confronti dell’altro, tutto ciò accade perché si pensava (avendo ragione o avendo dei pregiudizi) di aver subito dei torti per i quali si è sofferto tantissimo.
Quando poi scopriamo che non è vero, oppure scopriamo (o scoprono) che siamo disponibili a cambiare opinione (o sono disponibili a chiederci scusa) allora, improvvisamente, diventiamo i migliori amici degli altri (o gli altri diventano pronti ad aiutarci in ogni circostanza).
Perché poi, in fondo, nessuno è cattivo, ciascuno reagisce in base a come pensa che stiano andando le cose.
E noi non pensiamo, spesso, che tutto il personale sanitario sia impenetrabile? Ma non è vero che non venga coinvolto dalla sofferenza altrui, perché "sono" e "siamo" esseri umani che, ascoltando, osservando e vivendo accanto a chi soffre, risvegliano dentro tutti i momenti che erano stati depositati nella memoria dove si trovano tutti i ricordi che ci hanno fatto soffrire.
Il medico dovrebbe essere preparato (soprattutto, poi, lo psicoterapeuta perché, durante il percorso di specializzazione, quest’ultimo ha l’obbligo di svolgere un certo numero di colloqui di analisi personale che dovrebbero "ammorbidirgli" la personalità) però, di fronte al dolore degli altri, di fronte ad una persona che ti esprime il proprio senso di impotenza, si risveglia in te la compassione, che non è pena, ma che è quello stato d’animo che ti fa partecipare a ciò che l’altro prova, con la stessa passione.
A quel punto, dovresti, come persona che opera in questo settore sanitario, mettere da parte la presunzione, cioè la voglia di curare o guarire ad ogni costo. Potresti provare, semmai a stimolare nell’altro la voglia, la disponibilità a lottare per uscire da tutto ciò.
Ricordiamoci che anche se è necessario proteggerci diventando a volte freddi e scostanti da chi sta soffrendo, dobbiamo fargli sentire tutta la nostra disponibilità, anche se misurata, razionale e lucida.
"Caro medico, non caricarti di troppo lavoro, cerca di scoprire qual è il tuo limite, prova a dare una mano ad altri che vorrebbero fare il tuo stesso lavoro affinché, questi altri, evolvano e ti diano una mano a dare una mano ad aiutare. Tutto questo ti aiuterà a scaricare quel di più di apprensione e di tensione, mettendoti in condizione di sollevarti da quel dolore che provi, ogni qualvolta scopri di non essere stato capace di aiutare chi ti tendeva la mano per avere qualcosa che tu forse non puoi dare. Se tu hai dato la mano alla persona che te la tendeva, tu hai svolto il compito per il quale stavi lì e per il quale ti sei preparato ed hai lottato nel tempo".